Secondo l’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM V), la parola “autolesionismo” indica una serie numerosa di comportamenti e condotte attraverso cui ci si provoca dei danni a livello fisico con conseguente sanguinamento ed ecchimosi che provocano dolore.
In letteratura si parla di:
CUTTING: tagliarsi con un oggetto affilato
BURNING: provocarsi bruciature o ustioni
BRANDING: marchiarsi con oggetti roventi.
Gli adolescenti spesso si feriscono creando lesioni multiple in una zona che tendono a tenere nascosta (avambracci, cosce ecc.).
L’autolesionismo non suicidario spesso e’ associato ad altri disturbi psichici come DISTURBO DI PERSONALITA’ BORDERLINE, DISTURBO ANTISOCIALE DI PERSONALITA’, DISTURBI ALIMENTARI…

non riesco ad esprimermi a parole…
parla il mio corpo…
I motivi per cui vengono compiuti tali comportamenti non sono uguali per tutti.
Perchè questa ricerca di dolore?
Fare del male a sé stessi, può paradossalmente significare “farsi del bene”:
E’ come se attraverso la ferita fisica si trasferisse il dolore psichico.
La ferita fisica si può vedere e curare.
Attraverso la ferita avviene uno scambio tra psichico e fisico: mente e corpo ritrovano l’unità, anche se in modo patologico.
L’obiettivo è quello di evitare che la propria sofferenza sia incomprensibile e incontrollabile; la si assicura così in un luogo fisico ben preciso, rendendola visibile sotto forma di un segno sulla pelle.
L’autolesionismo può diventare un processo che dà sollievo, calma e tranquillità.
Attraverso i tagli comunica. Le parole non escono dalla bocca ma dalla pelle e dal corpo.
Cosa possiamo fare?
Attraverso un percorso mirato di psicoterapia è possibile accogliere ed orientare questi giovani sofferenti. Con l’aiuto di un professionista esperto, l’adolescente è guidato nel riconoscere i propri bisogni, i propri desideri e da lì intraprendere una nuova strada.
